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Da leggere: Elizabeth, racconti di una scrittrice (Cap. 10)

Carissimi History Lovers, buon momento!

Continua il nuovo racconto a puntate. Buona lettura!

Cross Street Chapel, 29 marzo 1829

Mr Stevenson era morto il 22 marzo del 1829 e, la sua dipartita, aveva riportato i parenti più prossimi agli atteggiamenti originali. Elizabeth, infatti, si era vista costretta a tornare subito in casa degli zii, più che altro per mettere in ordine la propria vita e trovare la nuova strada da percorrere. Nonostante i buoni propositi, l’infelicità che l’aveva avvinta durante il soggiorno a Londra l’aveva accompagnata fino alle aree verdeggianti di Knutsford e, purtroppo, non riusciva a trovare sollievo. Era triste, la povera Lily, e non sapeva come riaversi. Di certo non poteva capirlo da sola. Non ne era in grado, ma era persuasa che il caro John Gooch Robberds avrebbe potuto aiutarla. Fiduciosa che la parola di conforto di un ministro unitario potesse darle consolazione e lenire il suo tormento, prese la carrozza di famiglia e si fece accompagnare a Cross Street Chapel.
Quando il rumore degli zoccoli sul pavimento irregolare delle strade di Manchester e il nitrito energico dei cavalli diminuirono il loro naturale baccano, Elizabeth si era sporta dal finestrino per assicurarsi che fosse a destinazione. Lo era, perché la carrozza aveva arrestato la sua corsa davanti al grazioso edificio in mattoni, sulla cui facciata principale spiccava il portone bordato di bianco.
Emise un sospiro e scese dal tiro, mentre si augurava che l’accogliesse anche senza preavviso e, per sua fortuna, il Reverendo accettò di riceverla.
Quando raggiunse lo studio del ministro, lo trovò in piedi alla finestra, con le braccia allacciate dietro la schiena e il volto fisso sull’esterno. Attese qualche momento affinché si voltasse, poi si schiarì la voce.
L’uomo finalmente le dedicò attenzione.
«Miss Stevenson» la salutò andandole incontro. «Ho saputo di vostro padre. Mi dispiace.»
«Vi ringrazio» comprese il cordoglio e accettò l’invito a sedersi. «In una delle ultime chiacchierate, mi aveva chiesto di portarvi i suoi saluti» ammise, discorsiva, tanto per eliminare il silenzio.
«Era un uomo buono.»
Elizabeth annuì per cortesia, non perché fosse d’accordo. La verità era, che conosceva suo padre troppo poco per saperlo.
«Come vi sentite?»
«Confusa.»
«Confusa?» ripeté Robberds con evidente perplessità. «In che senso?»
«Non riesco a comprendere la dinamica degli eventi.»
«Vi riferite all’ineluttabilità della vita?»
«Sì, è così.»
«Miss Stevenson, purtroppo siamo solo esseri umani. Non siamo stati creati per comprendere le scelte del Signore. Ciò che possiamo fare è accettarle e godere dei benefici.»
«Accettarle è ciò che ho sempre fatto, eppure, non ho mai visto alcun beneficio. Secondo voi, quale vantaggio ho ottenuto ad essere orfana di madre all’età di un anno? Oppure a perdere il mio adorato fratello? E non ultimo, il mio unico genitore?»
«Oggi non lo vedete, ma un giorno capirete che ogni avvenimento, per quanto triste e doloroso, è stato essenziale per la vostra vita.»
«Temo sia impossibile.»
«Bisogna avere fede, Miss Stevenson.»
Due colpi alla porta interruppero il discorso.
«Perdonate un momento, Miss Stevenson» si scusò, poco prima di dare il consenso a entrare.
Dall’uscio aperto entrò il un giovane uomo dai lineamenti interessanti. Alto e longilineo, aveva un abbigliamento curato e un portamento compito.
«Perdonate, non sapevo aveste visite» parlò rivolgendosi all’uomo.
«Non preoccupatevi, Mr Gaskell, anzi, venite avanti. Lasciate che vi presenti Miss Stevenson, figlia di un unitario come noi.»
«Molto lieto» accennò un saluto con il capo.
«Miss Stevenson, lui invece è il mio assistente. Mr Gaskell.»
«Molto lieta» replicò, abbozzando un sorriso di cortesia.
I due si guardarono per un lungo momento, studiandosi con particolare attenzione, ma fu l’uomo a spostare lo sguardo per primo.
«Torno dopo» propose, sentendo l’urgenza di uscire da quella stanza. Il modo in cui quegli occhi chiari lo avevano studiato, l’aveva messo in forte agitazione.
Robberds annuì.
«No, aspettate» lo fermò Elizabeth, alzandosi. «Sto andando via.»
«Miss Stevenson, non c’è bisogno» il giovane si affrettò a tranquillizzarla, ma lei gli sorrise.
«No, dico sul serio. Sono passata solo per un saluto. Ho un appuntamento altrove» mentì, non sapendo neanche lei la ragione.
C’era qualcosa nell’aria che la rendeva instabile, accalorate e con un insolito batticuore, che la rendeva desiderosa di fuggire.
«Come desiderate, Miss Stevenson.»
La giovane fissò dietro l’orecchio una ciocca sfuggita allo chignon e salutò Robberds e Gaskell con un sorriso. Si drizzò ed uscì dallo studio con eleganza, prima di correre a nascondersi nella carrozza. Si sentiva strana. Era successo qualcosa di insolito in quel luogo e voleva solamente allontanarsi e far cessare il tremore.

Idee e considerazioni sono sempre bene accette.
A lunedì prossimo!

ATTENZIONE!
Questo è l’ultimo capitolo che rimarrà online. I successivi avranno la durata di una settimana.

Autore:

Mi chiamo Lucia Scarpa, nella vita faccio la content writer, copywriter, copyexperience per terzi e scrivo romanzi d'amore storici e paranormali perché adoro l’emozione che nasce dalla parte creativa e dal contatto con i lettori. *****

2 pensieri riguardo “Da leggere: Elizabeth, racconti di una scrittrice (Cap. 10)

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