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Elizabeth, racconti di una scrittrice (Cap. 3)

Carissimi History Lovers, buon momento!

Continua il nuovo racconto a puntate. Buona lettura!

Knutsford, 1822

Knutsford era una cittadina graziosa e assai caratteristica. Con le sue stradine bordate di abitazioni basse e dal tetto spiovente e le aree verdeggianti, possedeva un gran carattere ed era rinomata per essere luogo di momenti lieti.
Questo era ciò che pensava la piccola Elizabeth che, da quando vi si era trasferita, non vedeva altro che i suoi pregi. Ella però, viveva poco fuori dal centro cittadino, nell’elegante dimora in mattoni rossi della famiglia Lumb, che racchiudeva in sé le peculiarità delle abitazioni locali e il sentore rasserenante e confortevole di un giardino.
Elizabeth adorava trascorrere i momenti liberi all’aria aperta. Dopo lo studio e le faccende domestiche, necessari per prepararla alla vita futura di moglie e madre, usciva all’esterno, passeggiava sul prato che circondava l’edificio fino alla grande quercia, e lì sedeva su una comune altalena. Dondolava per ore, fino al tramonto, fantasticando su ciò che non riusciva a vedere, ma poteva intuire. Un giorno, proprio nel momento esatto in cui il sole scivolava nell’orizzonte, creando nel cielo tonalità calde e avvolgenti, vide giungere un fattorino all’ingresso della proprietà.
Balzò giù dall’altalena e corse ad accoglierlo con un ampio sorriso sulle labbra rosate. «Mr Fergus!» lo chiamò, fermandolo a metà sentiero.
L’uomo, un ometto basso, attempato e dagli occhi cerulei, si volse a guardarla. «Signorina Elizabeth» la salutò con un sorriso ampio.
«Avete qualcosa per me?» domandò, quando gli fu davanti.
«Oggi sì» le rispose sorridendole con affetto genuino. Conosceva la storia di quella ragazzina e, in quegli anni, aveva imparato a provare empatia per lei.
«Che bello!» esultò con un battito di mani. «Chi mi scrive?»
«Direi vostro fratello» chiarì, porgendole un pacco, avvolto in una tela e legato con una stretta canapa.
«Grazie, mr Fergus» ringraziò con entusiasmo. Strinse al petto il dono e corse in casa, salendo le scale a due a due per raggiungere la propria camera e gettarsi sul letto.
Con esaltazione e curiosità sciolse il fiocco, scartò il regalo e ammirò il libro che le aveva invito, ma ancor prima di perdersi nello studio di quel testo moderno, prese la lettera che lo accompagnava e iniziò a leggere:

Cara Elizabeth, spero con tutto il cuore che tu stia bene e che la zia ti tratti come meriti. Io ora sto molto meglio. L’ultima volta ti ho scritto la mia delusione per non essere stato ammesso alla Royal Navy, ma ora, sono completamente rinato. Il recente viaggio nelle Indie mi ha concesso di vedere luoghi incantevoli e di apprezzare una cultura tanto diversa dalla nostra, che diversamente non avrei potuto osservare. Per questa ragione ti voglio dare un consiglio, ricorda: nella vita niente accade per caso e tutto può essere fonte di benessere.
Come da tua richiesta, sto trascrivendo tutto ciò che mi accade nel dettaglio, riportando con minuzia ciò che vedo e imparo, quindi, aspettati un mio sproloquio su inchiostro, che spero possa tenerti compagnia.
Al prossimo rientro passerò a trovarti. Non dimenticarti del tuo unico fratello che ti ama moltissimo.
Con affetto,
John.

Idee e considerazioni sono sempre bene accette.
A lunedì prossimo!

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Elizabeth, racconti di una scrittrice (Cap. 2)

Carissimi History Lovers, buon momento!

Continua il nuovo racconto a puntate. Spero che questa storia possa tenervi compagnia e piacervi come la precedente.
Sono curiosa: Secondo voi chi è la protagonista? (personaggio realmente esistito)

Dalla morte di Eliza, avvenuta tre anni addietro, il salottino di proprietà di William Stevenson non era mai stato tanto affollato. Le sedute erano tutte occupate, gli animi di ognuno erano tesi e l’aria era talmente pesante, che persino la bambina seduta sul tappeto riusciva a percepirlo. Elizabeth, infatti, dal suo angolino osservava gli adulti discutere cercando di capire cosa stesse succedendo, ma era inutile, perché parlavano con voce troppo bassa e termini che non conosceva.
«Dunque è vero? Vi risposate?» domandò la donna, mentre guardava l’uomo negli occhi.
«Sì, questa è la mia intenzione.»
«Con chi? È una donna a modo?»
«Miss Lamb, che domande sono?»
«Le domande di una zia preoccupata, William» lo chiamò per nome, in virtù della loro precedente parentela.
«Si chiama Catherine Thomson» rispose. Massaggiò la nuca con un lieve imbarazzo e aggiunse: «È una donna rispettabile.»
«Avete intenzione di crearvi una nuova famiglia» comprese miss Lamb. Spostò lo sguardo sulla bambina, i cui occhioni chiari erano puntati su loro. «Elizabeth vi è di peso.»
«Non è un peso, ma…»
«Tacete, per l’amor di Dio!» lo zittì a denti stretti. «Da quando mia sorella è morta non avete fatto altro che ignorarla.»
«Siete stati voi ad offrirvi.»
«Ovvio. Una creatura tanto piccola ha bisogno di una madre.»
«Dunque, ve ne prenderete cura?»
«Come se non lo avessimo fatto finora» ribatté, alzandosi per raggiungere la finestra.
Mr Lamb seguì con lo sguardo i movimenti della moglie e attese di udire la sua decisione. Lui l’avrebbe appoggiata in ogni caso.
«So di chiedervi un grosso sacrificio con la mia richiesta, ma sono certo che con voi sarebbe più felice.»
«Non è un sacrificio, Mr Stevenson» si appellò con distacco. «Se mi vedete titubante, non è perché mi crei disturbo avere Elizabeth a Knutsford, ma perché starebbe lontano da voi, che ne siete il padre.»
Si volse a guardarlo in volto prima di concludere: «Sono sempre stata dell’idea che i figli debbano vivere con i genitori, il cui amore incondizionato è capace di renderli indipendenti, tuttavia, se a causa delle imminenti nozze siete in difficoltà, sono pronta a portarla con me oggi stesso.»
«Sul serio?»
«Sono nata Holland, Mr Stevenson. Il mio nome è sinonimo di rispettabilità e affidamento. Se vi dico che ci prenderemo cura di lei, sarà così. L’ultima parola spetta però a voi. Siete sicuro?»
«Sì.»
«Sì, ve ne separerete?» lo incalzò con cipiglio.
Notando quello sguardo d’accusa, Stevenson si giustificò: «Verrò a trovarla di frequente e le scriverò.»
«Temo farete poco, sia dell’uno che dell’altro.»
«Perché mi dite questo?»
«Perché vi ho visto ignorarla per mesi interi, quando era a casa dei miei genitori.»
«Hannah, vi prometto che sarà diverso. Con John destinato alla Royal Navy, Elizabeth è tutto ciò che mi resta di Eliza.»
La donna non credette a quella promessa, ma finse di farlo per il bene della bambina. Per salvarla da una vita di anonimato, senza affetto e comprensione.
Cercò il marito con lo sguardo. Lo trovò ad attenderlo e, non appena ne incrociò le iridi chiare, lo vide assentire.
«Bene» si schiarì la voce. «Fate preparare le sue cose.»
«Quando partirete?» domandò William, tra il sollevato e l’inquieto. Sollevato, perché non avrebbe più dovuto occuparsi della bambina. Inquieto, perché si sarebbe dovuto davvero separare da lei.
«Domani» rispose Mr Lumb, alzandosi. «Verremo per le dieci. Fate che sia tutto pronto.»

L’indomani, puntuali come l’arrivo della notte, i coniugi Lumb raggiunsero l’abitazione di Stevenson.
Davanti all’ingresso William si era accucciato sulle ginocchia per stare all’altezza della figlia, di quattro anni, e parlarle guardandola negli occhi. «Vedrai, starai bene con gli zii» la tranquillizzò, asciugandole le lacrime.
«Io voglio stare con te» si lamentò, sbattendo le palpebre.
«Verrò a trovarti presto, Eliza, andrà tutto bene. Gli zii ti amano.»
«No. Voglio stare con te e John.»
«John sta per partire.»
Quando il padre la caricò sulla carrozza, lasciandocela, la piccola urlò: «Non voglio andare!»
«Elizabeth, cara» tentò di calmarla la zia, ma la bambina scalciava tra pianti e urla.
«No.No.No.» gridava, rossa in volto, mentre si dimenava in preda alla desolazione.
Mr Lumb nel mentre diede il comando al cocchiere di partire. Non vi era motivo di prolungare quella agonia.
La piccola protestò ancora. Non si sa bene per quanto, ma lo fece, e cessò solo quando cadde esausta nel sonno.

Idee e considerazioni sono sempre bene accette.
A lunedì prossimo!

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Elizabeth, racconti di una scrittrice (Cap. 1)

Carissimi History Lovers, buon momento!
Continua il nuovo racconto a puntate. Spero che questa storia possa tenervi compagnia e piacervi come la precedente.
Sono curiosa: Secondo voi chi è la protagonista? (personaggio realmente esistito)

Il vociare consueto che si spandeva ogni giorno in Lindsey Row, a Londra, quel 29 settembre 1810 fu importunato dalla angoscia genuina che proveniva dall’abitazione del ex pastore unitariano William Stevenson e consorte. Elizabeth, donna pia e dai modi garbati, stava per dare alla luce il secondo figlio e non era un segreto che il parto fosse rischioso. Le complicazioni erano reali, imprevedibili e, ci voleva un niente, che l’azione più naturale al mondo si trasformasse in un incubo, con la morte della partoriente, del nascituro o di entrambi.
Eliza strinse le lenzuola tra le dita per contenere il dolore e per schiacciare la paura in fondo al cuore, perché sapeva che averne era del tutto inutile. Dare la luce a un figlio non era un’incombenza da poter rifiutare. Doveva agire con forza e determinazione, scacciando i timori e cogliendo la positività dalla fede.
Andrà tutto bene, pensò, affidandosi a Dio, mentre fitte potenti le martoriavano il basso ventre e le laceravano le carni.
Mio Dio, ti prego! Pregò, contraendo i muscoli per un nuovo spasmo, e poi rilasciò un grido liberatorio.
Il marito le corse accanto, ignorando ogni opposizione e sguardo bieco. Le prese una mano per darle supporto, focalizzando l’attenzione lo sguardo sul suo volto deformato dalla sofferenza.
«Sono qui, Eliza, stringete la mia mano.»
«William» gridò tra due spinte, con il respiro pesante e il corpo dolente.
«Andrà tutto bene,» le disse per tranquillizzarla, «tu sei nata per essere madre e il Signore lo sa.»
La donna scoppiò in lacrime, e lui con lei, mentre la levatrice controllava l’uscita del nascituro.
«Vedo la testa,» li informò la donna con fare pratico, «manca poco ormai.»
Neanche il tempo di udire la frase, che il corpo di Eliza fu scosso da una nuova contrazione che le martoriò il ventre e la schiena, come ormai accadeva da ore.
Signore, ti prego, fa’ che vada tutto bene! Pregò continuando a seguire le indicazioni della donna.
«Ci siamo, ora, manca l’ultimo sforzo. Alla prossima contrazione, spingete.»
Incoraggiata da quel comando diede le ultime spinte e, poco dopo, l’eco di un vagito si propagò nell’aria, sollevando l’animo dei presenti.
«È una bambina» la informò la levatrice mentre la puliva.
La donna si abbandonò sui cuscini, chiuse le palpebre e sorrise, mentre respirava fondo. Una volta ottenuta la calma, le schiuse e guardò il marito al suo fianco. Aveva gli occhi lucidi e uno splendido sorriso sulle labbra sottili.
«Siete stata brava» lodò, abbassandosi per posarle un bacio sulla fronte madida di sudore.
Lei gli sorrise, senza avere la forza di dire altro e, nel mentre, la levatrice le porgeva la piccolina, già pulita e avvolta in un panno caldo.
«Ecco a voi.»
Eliza prese tra le braccia la bambina e sorrise con maggior trasporto mentre l’accoglieva in famiglia: «Benvenuta al mondo Elizabeth.»

Idee e considerazioni sono sempre bene accette.
A lunedì prossimo!