Pubblicato in: Istantanee di Chiara

Istantanea n. 98-99-100

Buon inizio settimana!

[98]

«Non lo so» soffiò con reale afflizione, mostrando appieno tutta la propria incertezza.

«Francesco», riprese la cognata eliminando per un momento il riguardo, ma lasciando parlare l’affetto che la legava a entrambi, «è una decisione importante. Cambieranno molte cose se proseguirete con tale decisione.»

«Ne sono consapevole ma, avevate ragione, forse dovrei parlarne con lei, prima di gridare al mondo quanto sia disposto a perdere pur di averla nel giusto.»

«Concordo» annuì la donna prima di abbozzare un sorriso.

«Perché state sorridendo?» le chiese dubbioso.

«Perdonatemi», sorrise ancora con gentilezza, «la verità è che ero talmente abituata a vedervi disinteressato alle nobili che vi ruotavano intorno, che non credevo possibile di assistere alla vostra resa.»

«Chiara è diversa da ogni altra donna» precisò con sicurezza.

«Ne sono convinta», chiarì, «ma ora dove comprendere se andare fino in fondo e agire.»

L’uomo annuì, mentre pensava al da farsi.

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[99]

I movimenti del duca all’interno del proprio studio erano inquieti. Continuava a misurarne il perimetro con lunghe falcata, fermandosi di tanto in tanto solo in prossimità della finestra, per aprirla e respirare un po’ d’aria fresca. Gli sembrava che l’ossigeno si fosse rarefatto rendendogli difficile il compito di riempire i polmoni. Non provava una tale ansia dai tempi in cui era visto dai fratelli come il principe usurpatore. Con un gesto lento la richiuse e andò a sedersi su una delle due poltrone dinanzi al camino, strofinando i palmi umidi sulle cosce al fine di scaricare la tensione. Aveva trascorso l’intera giornata a riflettere sui pro e i contro della propria decisione e, finalmente, era pronto a fare il grande passo. L’avrebbe sposata e avrebbe affrontato le conseguenze di tale unione ma, prima di iniziare a festeggiare, doveva parlare con lei e chiederle cosa desiderasse.

L’idea che potesse rifiutarlo lo stava realmente torturando.

Guardò la porta con apprensione ma, della giovane dama, neanche l’ombra.

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[100]

Rimase con lo sguardo fisso sul legno per alcuni attimi prima di ricominciare a muoversi. Sapeva che sarebbe arrivata, ma l’attesa non lo stava aiutando anzi, stava semplicemente aumentando la di lui agitazione. Preda dell’angoscia allentò i bottoni che tenevano chiusi il colletto della camicia e riprese a respirare con più facilità. Inspirò a pieni polmoni un paio di volte per calmarsi e, proprio in quel momento, udì tre colpi alla porta.

Quasi di corsa andò ad aprire e il sollievo misto all’inquietudine che provò nel vederle il volto fu tanto grande da cancellare ogni pensiero. D’istinto le sorrise afferrandole le mani per trascinarla all’interno.

«Cosa succede?», domandò con apprensione, «Sua Altezza è stata strana tutto il giorno e mi ha detto di venire da voi.»

«Devo parlarvi» ammise, invitandola con un cenno a sedersi.

Il tono che usò l’uomo fu talmente tanto serio, da indurla a temere il peggio.

Forse, rivelare la verità alla reggente, era stata una pessima mossa.

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Alla prossima!

Pubblicato in: Istantanee di Chiara

Istantanea n.82-83-84

Buon inizio settimana!

[82]

Dresda, 26 febbraio 1764

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L’ora del tramonto era ben lontana quando il duca incrociò la dama italiana nella solitudine di un corridoio.

D’istinto si bloccarono entrambi e, in simultanea, si guardarono negli occhi, comunicando con quello sguardo tutta la propria afflizione. Erano sei giorni che si sfuggivano vicendevolmente come la peste, ciò nonostante, non potevano ignorare il ritmo incalzante del cuore alla presenza dell’altro e tanto meno evitare che il respiro si mozzasse sotto la potenza di quel sentimento che tentavano difficilmente di contenere.

«Vostra Grazia!» mormorò Chiara abbassando lo sguardo, incapace si sostenere troppo a lungo quella intensità.

«Signorina Spinucci» replicò con freddezza nella voce, ma la postura e l’espressione del viso dicevano tutt’altro.

«Devo andare» replicò la donna con prontezza d’animo, perché non poteva arrendersi al sentimento e stare sola con lui minava tutto l’autocontrollo.

«Non fuggite», la supplicò afferrandole un polso per trattenerla, «questi giorni senza di voi sono stati un Inferno.»

«Non dite così» alitò guardando la di lui mano e percependo il calore anche attraverso il tessuto.

«Mi mancate, Chiara, talmente tanto che non vi sono parole per descriverlo.»

«Vi prego, non rendetelo più difficile» supplicò con gli occhi lucidi.

«Non piangete, vi prego» replicò lui sollevandole il viso e carezzandole la guancia con dolcezza. «Non voglio che soffriate a causa mia.»

La voce del duca tremò d’emozione.

Il rumore di passi in avvicinamento interruppe quel momento di tenera onestà e la giovane ne approfittò per scappare via e richiudersi la porta alle spalle.

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[83]

Dresda, 4 marzo 1764

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La reggente Maria Antonia era fuggita dal palazzo reale di Dresda circa cinque giorni prima di quel momento, per rifugiarsi con le dame più fidate e la propria prole in quello di Zwinger, dove ella serbava i ricordi migliori.

Seduta dinanzi alla finestra, con ancora la veste da camera indosso, osservava il lento sorgere del sole che con i suoi raggi risvegliava ogni pianta o fiore che toccava, mentre tra le mani stringeva un Sacro rosario.

Pregò,come soleva fare ogni mattino, e quando giunse la dama con la cameriera, si fece trovare nel letto con un libro stretto in grembo.

Non desiderava rivelare ad alcuno il proprio tormento. Non voleva ammettere a voce alta, che la vita senza Federico Cristiano fosse vuota e che le notti fossero più che altro insonni. Più di ogni altra cosa però, non tollerava l’idea dimostrarsi vulnerabile. La verità era che il dolore non l’aveva ancora abbandonata, nonostante fingesse con il mondo intero che stesse bene.

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[84]

Dresda, 25 marzo 1764

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Chiara osservò il volto della reggente per molto tempo in silenzio, prima di trovare la giusta dose di coraggio per parlare. «Vostra Grazia, posso osare porvi una domanda?»

«Cosa succede?» replicò puntandole addosso uno sguardo vacuo.

«Vi chiedo perdono sin da ora per l’ardire del mio quesito ma, desidererei sapere quali sono le vostre intenzioni?»

Maria Antonia corrugò la fronte con spontanea irritazione, «Non credo di dover rendere conto a voi dei miei propositi.»

«Non era mia intenzione insinuarlo», precisò la dama posando il ricamo, «sono solo preoccupata per voi.»

«Perché mai?» reagì con troppa fretta. «Io sto bene.»

«Temo di dover dissentire, Vostra Grazia», confessò la dama alzandosi per avvicinarsi alla reggente e accovacciarsi al suo fianco, «non avrei mai avuto l’audacia di affrontare l’argomento, se non fosse che io abbia notato e noti il vostro immutato cordoglio.»

Maria Antonia sgranò gli occhi con sorpresa. Aveva creduto sul serio che nessuno sene fosse accorto. «Non è affar vostro» ritentò con un nodo in gola, sentendo il muro d’indifferenza cedere davanti a tanta comprensione.

«Avete ragione», concordò la dama rimanendo in quella posizione, «ma sappiate che stare chiusa tra queste mura non risanerà il vostro cuore, mentre una buona confidente potrebbe alleviare il vostro peso. Io sono qui per voi» concluse, con gentilezza.

Ci fu un breve momento di silenzio.

«Andatevene» ordinò perentoria, sentendo il respiro sfuggirle dai polmoni.

«Vostra…»

«Andatevene,Chiara» ruggì la reggente accompagnando le parole con il braccio e, non appena fu sola, si lasciò andare a un triste e malinconico pianto.

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Pubblicato in: Istantanee di Chiara

Istantanea n.58-59-60

Buon inizio settimana!

[58]

Dresda, 17 ottobre 1763

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«In tutta sincerità, io non vi comprendo» confessò Chiara, continuando a guardare quelle iridi color cielo.

Avevano tergiversato abbastanza. Era giunto il momento per lei, di parlare con franchezza come si era da tempo ripromessa di fare.

«Cosa non vi è chiaro?» inquisì con interesse.

La dama prese fiato più volte prima di chiedere con audacia: «Cosa volete da me?»

Francesco Saverio si sentì spiazzato da tanto ardire. Finalmente aveva trovato il tempo e il coraggio di parlarle del medesimo argomento, ma sentirla così schietta e vederla tanto sicura, era oltremodo destabilizzante perché, in qualche modo, la faceva sembrare disinteressata.

Il duca deglutì a vuoto e si apprestò a rispondere.

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[59]

Dresda, 17 ottobre 1763

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«Credevo fosse palese» rispose posando il pennino per intrecciare le dita sul ripiano in legno scuro.

«No, non lo è», ammise Chiara senza spostare lo sguardo, con la ferma intenzione di mostrarsi sincera, «ci sono momenti in cui mi fate sentire la più apprezzata delle fanciulle. In altri, invece, sembrate infastidito dalla mia sola presenza.»

«Mi dispiace essere stato tanto scostante e vi chiedo di perdonarmi.»

La dama lisciò una falsa piega sulla gonna per riordinare le parole. «Vostra Grazia, non pretendevo le vostre scuse. Io cerco solo di capire quale tra i due atteggiamenti sia veritiero.»

Francesco Saverio sostenne lo sguardo. Era giunto il momento di dire quello che serbava da tempo. «La verità, Chiara, è che la vostra percezione è veritiera. Una parte di me, quella intima, vi ammira come solo un uomo innamorato è in grado di fare, ma l’altra parte, quella dal titolo reale, vi osserva con cipiglio, perché gli ricordate quanto le nostre esistenze siano incompatibili.»

«Se ne siete consapevole, perché mi avete adulata?» inquisì con un filo di rabbia. «Ieri sera avete alluso alla possibilità di un futuro insieme. Per quale ragione scherzare su tale argomento?»

«Io ero serio.»

«Dunque, è stato un lapsus del vostro lato romantico?» incalzò, senza ammorbidire il tono.

«Non siate impertinente, adesso!» l’ammonì, con un guizzo della guancia.

«E voi non siate crudele», reagì furibonda, «vi prego di lasciarmi stare. Non cercatemi più. Non mostratemi gentilezza e non parlatemi mai più d’amore. Io vi avevo tenuto lontano per le nostre differenze, voi mi avete illusa che non fossero poi molte e, ora, dite che sono la causa del vostro malumore?» afferrò le gonne e si avvicinò alla porta. «Dimentichiamo l’accaduto» imperò con le lacrime agli occhi, uscendo senza permesso e senza una parte di cuore.

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[60]

Dresda, 1 dicembre 1763

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Da quando Federico Cristiano era diventato Elettore di Sassonia, erano state molte le riforme da lui attuate e, per meglio incidere sull’elettorato, si era servito dell’indiscussa competenza del fratello minore.

Erano talmente tanti gli impegni di Francesco Saverio, che di rado soggiornava a Palazzo e quando avveniva, tendeva a evitare determinati luoghi e compagnie. Quella sera di dicembre, però, non poté evitare di incontrare la donna della quale serbava un desolante e ancor vivo ricordo.

«Perdonate l’intrusione, Vostra Grazia, pensavo non vi fosse nessuno» si scusò la dama, bloccandosi non appena scorse la di lui figura.

L’uomo la guardò per un lungo momento senza proferire parola. Aveva trascorso quegli ultimi mesi lontano da lei con l’intenzione di far scemare quella smania dolorosa, ma era bastato uno sguardo per ritrovare tutto l’insano coinvolgimento.

«Doveva accadere prima o poi» asserì con tono neutro.

«Che cosa?»

«Incontrarci senza il sostegno di uno chaperon.»

La dama spostò lo sguardo alle dita intrecciate davanti a sé. «Vostra Grazia, con il vostro permesso andrei. Tornerò in un altro momento.»

«Vi è così ostica la mia presenza, da non riuscire a sopportarla neanche per un momento?» la domanda suonò strana quasi quanto lo sguardo che le rivolse.

«Sapete bene che non è così», ammise sollevando lo sguardo, in una continua lotta tra desiderio e dovere, «ma lo abbiamo chiarito più volte oramai. La vostra posizione e il mio ruolo non ci concedono nient’altro che questo.»

«Due parole scambiante con indifferenza?» domandò avvicinandosi a lei.

Con due falcate annientò la distanza e le prese le mani. «Siete davvero felice di questa soluzione?» incalzò, con voce sofferente. Soffocata da tutte quelle emozioni che si ostinava a reprimere.

«No, non lo sono. Ma non posso farci niente.» ammise abbassando lo sguardo. Stremata da quell’andirivieni di sensazioni contrastanti.

Il duca le sollevò il mento con dolcezza, stanco di dover controllare ciò che realmente provava.

Un insolito trambusto li interruppe e furono costretti ad allontanarsi nuovamente, per scoprire cosa stesse accadendo.

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