Pubblicato in: Envy

Da leggere: Invidia capitolo 48

Carissimi, history lovers, buona lettura!

Dimora di Galatone, prima metà del 1741

Il giovane marchese aveva abbandonato il salottino con una tale fretta, che ad occhi estranei pareva inseguito da cani famelici ma, per chi aveva imparato a conoscere la sua persona, era chiaro che fosse solo frustrato.
«Antonio» lo chiamò Mary Katrin dal fondo dello scalone in marmo.
Il ragazzo si bloccò all’istante. Si volse a guardarla da sopra una spalla e l’accolse con rabbia: «Alla buon’ora!»
«Bene!» replicò con sarcasmo, per nulla intimidita da quella accoglienza. «Se è così, non ho alcun desiderio di parlarvi» piroettò su se stessa per raggiungere il cameriere e cedere il soprabito, nel frattempo, il giovane la raggiunse.
«Come osi darmi le spalle?» l’ammonì, usando un tono brusco che non le rivolgeva da tempo e che la mise in allerta.
«Dovevo togliere…»
«Non osare prenderti gioco di me» le suggerì con la medesima rabbia. «Dimentichi troppo spesso il tuo ruolo e il mio.»
A quell’accusa la dama lo fronteggiò, dedicandogli la completa attenzione.
«Temo di dover dissentire, signore» ribatté, formale. «Credo di essere sempre stata nel posto in cui mi avete voluta.» La replica gliela consegnò guardandolo dritto negli occhi, con serietà e leggibile sottinteso.
«Dove sei stata?»
«Non credo vi riguardi.»
«Katrin» l’ammonì confidenziale, accorciando le distanze. «Non sono dell’umore. Dimmi dove sei stata.»
«Cosa vi rende tanto furente?»
«Non cambiare argomento.»
«Io non lo cambio, ma cerco di rendere equo l’interrogatorio.»
«Non ti sto interrogando» si esasperò con frustrazione. «Voglio solo…» con un gesto fulmineo l’afferrò per un polso e la trascinò nella prima stanza disponibile, chiudendone la porta.
«Cosa vuoi?» tornò a tu. Sfidandolo come solo a lei gli era concesso.
«Saperlo» ammise, sfiorandone la vita sottile con la mano per spingerla con la schiena sulla porta. «Ammattisco quando non ci sei.»
«Quindi è per questo che siete strano?»
«No» espirò. «La colpa è di mia madre. È qui.»
«Cosa ci fa qui?»
«Una storia penosa.»
«Del tipo?»
«Prima dimmi dove sei stata?»
«Sei assurdo.»
«Sono solo geloso.»
«Una gelosia inutile. Lo sai che non ti appartengo. Noi ci teniamo solo compagnia.»
«Detesto quando lo dici» chiarì, avvicinando le labbra alle sue.
«È la verità, prima lo assimili, prima…»
Antonio la zittì, baciandola.
Si scambiarono un lungo bacio, che sapeva di desiderio e frustrazione. Non era chiaro cosa li legasse, se attrazione o convenienza, ma era pressante per entrambi e riusciva ad annebbiare il controllo.

Alla prossima!

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Invidia: capitolo 47

Carissimi, history lovers, buona lettura!

Dimora di Galatone, prima metà del 1741
La principessa Pinelli entrò nella residenza del figlio senza neanche preoccuparsi di farsi annunciare. Si mosse rapida nel atrio, impartendo ordini come se fosse la padrona e si fermò, solo quando incrociò il figlio a metà del largo scalone.
«Madre» ossequiò il giovane senza benevolenza. «Cosa fate qui?»
«È casa mia, Antonio, non credo di doverti rispondere.»
«Veramente è mia, dal momento esatto in cui me l’avete ceduta insieme al titolo, quindi, pretendo una spiegazione.»
«Vuoi cacciarmi?» si rabbuiò, irrigidendo persino la mascella per quell’affronto.
«Certo che no, madre, ma vorrei sapere cosa succede.»
La principessa rilassò le spalle e l’espressione del viso. «Menomale, iniziavo a temere che quella vipera ti avesse soggiogato.»
«Immagino che per vipera intendiate Mary Katrin» suppose, provando in lieve fastidio.
«Ovvio. Da quando è entrata nella nostra vita, non ha fatto altro che crearci problemi.»
«Non sono d’accordo» contestò. Fece dietro front e la invitò a seguirlo in salotto dove avrebbero parlato con più calma e riservatezza.
Una volta seduti nel salottino padronale, il marchese la guardò dritta negli occhi prima di chiedere: «Vi ascolto. Cosa è accaduto?»
«Montealegre mi ha cacciata.»
«Il vostro amico?» incalzò con una punta di ironia. Lui non lo aveva mai sopportato.
«A quanto pare non è mio amico» puntualizzò piccata. «E togliti quel ghigno dalla faccia. Il mio allontanamento dalla corte è una tragedia per la famiglia intera.»
«Perché vi ha allontanata?»
«Ha detto che lo ha fatto per salvaguardare gli interessi del Sovrano, ma non ci credo.»
«Che tipo di interessi?» si interessò il ragazzo, sempre più avvezzo alla politica e alla guerra.
«Suppone, malamente, che in questa nuova guerra noi mostreremo un’altra volta la nostra fede filoasburgica.»
«Ha ragione?»
«No.» inorridì la principessa. «Noi siamo fedeli al Re, Antonio, ed ora il nostro sovrano è Borbone.»
«Tuttavia, Montealegre non vi crede» sostenne il giovane con evidente preoccupazione.
«Qualcosa dovete aver fatto per innervosirlo.»
«Non ho fatto nulla. È lui ad avere piani malvagi, non io.»
«I sovrani cos’hanno detto di questo allontanamento?»
«Vuoi sapere se lo hanno contestato?»
«Sì.»
«Purtroppo, non hanno speso una sola parola in mia difesa.»
«Ciò significa che gli hanno creduto» ipotizzò, alzandosi per raggiungere la finestra, aprirla e respirare l’aria esterna. L’idea che il Re non si fidasse di loro, gli aveva reso difficile respirare.
«Non è detto.»
«Sì, invece» si volse a guardarla con astio. «Voi e mio padre siete stati a favore degli Asburgo già una volta, perché non dovreste esserlo ancora?»
«Ti ho già detto che siamo fedeli a Re.»
«Avete rovinato tutto» abbaiò frustrato e, senza dire altro, andò via.

Alla prossima!

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Invidia: capitolo 46

Buona lettura!

Napoli, prima metà del 1741
Il sole basso del tardo pomeriggio tingeva il cielo con i colori caldi del tramonto e lentamente si amalgamava alla brina serale.
Il marchese di Galatone se ne stava seduto dinanzi al camino con un bicchiere di Porto tra le dita, mentre la sorella si allenava nel suonare un componimento.
«Sei migliorata, Giustiniana» si complimentò a fine esecuzione.
«Merito di Mary Katrin, ha insistito tanto su questo punto.»
«Su questo ed altri, da quello che ho saputo» specificò il ragazzo puntandole lo sguardo addosso. «Vuoi parlarmene.»
«Fate prima a chiedermi direttamente ciò che volete sapere, fratello» replicò la giovane per nulla intimidita mentre si alzava per raggiungerlo. «Uno dei suoi più cari insegnamenti è la proprietà di linguaggio» sorrise con sottile impertinenza e si mise a sedere davanti a lui.
«Vorrei sapere dove è andata?» andò dritto al punto.
«Pensavo vi dicesse tutto» sorrise ancora, sfrontata e divertita da quel discorso.
«Abbiamo avito da discutere,» confessò il ragazzo, «allora? Dov’è?»
«Non lo so. Ha chiesto un giorno libero.»
«Libero per fare cosa?»
«Non lo so, Antonio, a volte dimentichi che è una donna libera.»
«Non lo dimentico.»
«Non si direbbe,» insisté con audacia, nonostante fosse poco più che una bambina, «Katrin è una donna meritevole di stima e fiducia.»
«Ne sono convinto.»
«Allora smettetela di trattarla come se fosse una vostra proprietà. Non è un oggetto d’arredamento. Voi non ne detenete il dominio.»
«Io…»
La risposta del marchese fu sopraffatta dal rumoreggiare esterno.
«Cos’è questo baccano?» chiese in modo retorico mentre andava alla finestra.
«Sembra la carrozza di nostra madre» rispose dopo poco Giustiniana mentre osservava il corteo sopraggiungere davanti all’ingresso.
«Cosa ci fa qui?»
«Non chiederlo a me, sai che per lei non esisto» minimizzò la bambina lisciando il vestito con un gesto automatico. Doveva essere presentabile.
Il marchese espirò piano e sistemò la sua figura osservandosi nel riflesso del vetro. «Vai al piano e riprendi a suonare,» suggerì alla sorella, «io intanto andrò a riceverla.»
La piccola assentì, si mise a sedere composta e cominciò a suonare mentre Antonio espirava l’ansia e andava ad accoglierla con l’intima speranza che non portasse con sé brutte notizie.

Alla prossima!