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Invidia: capitolo 34

Buona lettura!

Napoli, settembre 1740
L’ennesimo viaggio al servizio del re di Napoli stava volgendo a termine e per Gabriel era giunto il momento di riconquistare un aspetto civile prima di toccare terra. Ovviamente non avrebbe visto il Re. Non lo vedeva dal insolito incontro di quasi due anni prima, ma in quel tempo aveva avuto piacere di parlare con il suo fidato valletto, Antonio, che era a tutti gli effetti un uomo di sostanza e di buon cuore.
Dopo aver strofinato il corpo e i capelli corvini con il sapone, e sciacquatosi con l’acqua pulita tenuta in serbo per l’occasione, asciugò la pelle abbronzata e indossò gli abiti puliti.
«Sei pronto?» sentì chiedere da oltre la porta della cabina.
«Un minuto e sono da te» rispose chiudendo la giacca.
Aveva optato per un abbigliamento meno elegante, ma ugualmente formale.
Uscì sul ponte della nave e trovò ad attenderlo Sanchez e il suo sorriso scaltro. «Come sei carino!» lo prese in giro. «Speri di fare qualche incontro interessante?»
«Di sicuro ne farò uno,» rispose con un accenno di sorriso, riferendosi all’uomo del Re che lo avrebbe pagato, «ma spero di farne anche un altro, ma più piacevole.»
«Pensi di vedere l’austriaca?» chiese il secondo con curiosità. «Credevo non ti interessasse più.»
La mascella decisa del capitano guizzò con uno scatto impossibile da capire. «L’austriaca è stato un momento di follia» dichiarò serio. «Dopo questo viaggio, ho bisogno di una donna poco impegnativa e molto disponibile.»
Concluse la frase e l’argomento con un sorriso peccaminoso, mentre scendeva la passerella e raggiungeva il molo.
Non vedeva Mary Katrin dalla discussione nella sua cabina di oltre un anno prima e ancora la ricordava. Come potesse la sua mente rammentare ogni dettaglio del suo viso era inconcepibile, eppure, era impresso nei suoi pensieri come se in tutto quel tempo avesse avuto un ritratto da ammirare.
Chissà se è partita? Si trovò a chiedere, e si sorprese di notare come una parte di lui volesse incontrarla, anche solo per caso. Potrebbe essersi sposata, suppose, mentre si avvicinava al valletto del Re. Nel frattempo, i suoi uomini stavano consegnando la merce.
«Capitano Cortez, è bello rivedervi» lo accolse Antonio con un sorriso e una stretta di mano.
«È bello essere tornato» ammise. «Vi trovo bene. Come state?» chiese con cortesia.
«Bene. Napoli è un bel posto dove vivere.»
Ai giusti convenevoli di rito seguirono le trattative di lavoro e i saluti di congedo.
Il capitano tornò sulla nave solo per dare la paga ai suoi uomini e poi scese nuovamente per assaporare il piacere di avere la terra sotto i piedi.
Amava il mare, ma la terra rimaneva ciò che rendeva solida anche la sua esistenza. Si aggirò tra i vicoli in pietra scura bordati da edifici bassi e illuminati da un sole in declino. Spingendosi lontano dalla zona bassa, superando le locande grezze, le donne disinibite e si fermò davanti alla villa che stava cercando.
Il cancello era chiuso, ma il custode appena lo vede fece un sorriso. «Capitano, siete tornato!»
«A quanto pare» sorrise al giovane, che intanto stava aprendo un’anta.
«È in casa?» chiese, senza neanche dire il nome.
«Sì, vi sta aspettando. È arrivata questa mattina» confidò come se fosse un segreto. «Non appena si è sparsa la notizia del vostro arrivo.»
Un sorriso compiaciuto gli spuntò sulle labbra. Sapere di essere tanto desiderato riuscì a dargli sollievo, anche se non quello sperato.
Lasciò che il giovane lo guidasse lungo i sentieri del parco, dentro l’edificio e che lo lasciasse davanti ad una porta chiusa.
«Da qui potete cavarvela da solo» sorrise complice prima di andarsene, dandogli il tempo di prendere un profondo respiro prima di bussare.
«Avanti» lo invitò ad entrare una voce amabile di una donna.
Gabriel entrò senza esitazioni e al suo interno trovò la donna distesa sul letto, completamente nuda, e con un sorriso seducente sul volto.

Secondo voi chi è la donna?

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Invidia: capitolo 33

Buona lettura!

Napoli, aprile 1739

Il capitano della Onore balzò indietro quasi fosse stato spinto da una grossa onda. «Sei impazzita!?» esternò confuso, e non si capì se fosse una domanda o un’affermazione schietta.
«No», espirò stancamente, «sono seria come la morte.»
«La morte. Certo.» Borbottò muovendo altri passi per allontanarsi da lei. «Quella che mi prenderebbe se si venisse a sapere che sei partita con me.»
«Non esagerare» minimizzò lei, mentre si avvicinava al capitano per ritrovare il contatto visivo.
«Tu non ti rendi conto» l’accusò senza gentilezza. «Semmai acconsentissi a questa follia, per me sarebbe la fine. Tutti penserebbero che ti abbia rapita.» La fissò negli occhi con durezza. «Hai idea di cosa succede a chi rapisce una giovane di buona famiglia?»
Lei fece segno di no con la testa, anche se poteva immaginarlo.
«Ecco, appunto» chiarì cupo. «Nelle migliori delle ipotesi mi faresti finire nelle celle putride di Napoli, nelle peggiori sulla forca, o qualunque cosa ci sia in questo posto.»
«Nel caso ci scoprissero direi che è stata una mia idea.»
«E chi pensi che ti crederebbe?»
Mary Katrin abbassò lo sguardo, delusa. Aveva sperato davvero di poter lasciare Napoli, ma non voleva mettere nei guai Gabriel, perché non se lo meritava.
«Dovevo capirlo che il tuo interesse per me era pura finzione» espirò con amarezza. «Le donne come te, a quelli come me, non li vedono neanche.»
«Non è come credi» tornò a guardarlo.
«Invece, è esattamente come credo. Mi volevi usare, e stavi utilizzando la mia attrazione per te per convincermi.»
«Un’attrazione assai fragile, se ti ha concesso di rifiutarmi» replicò, dispiaciuta e, se non si fosse conosciuta bene, avrebbe detto che quel rifiuto l’avesse amareggiata.
«Sei solo una donna Katrin. Non rinuncio alla mia libertà per due moine e un corpo caldo» replicò duro. «Anche se l’idea di possederti durante tutta la navigazione è stata allettante» chiarì, sperando che quelle parole la sconvolgessero al punto da farla fuggire.
Gli occhi cerulei di lei, infatti, si sgranarono sorpresi.
«Per mille balene! Cosa credevi? Che potevi stuzzicarmi, rubarmi un passaggio e non darmi neanche un assaggio del tuo corpo?»
«Io» balbettò, rossa in volto.
«Vattene, Mary Katrin, prima che mi dimentichi le buone maniere e mi prenda ciò che sei venuta a offrirmi» l’avvertì con un ghigno diabolico, augurandosi che bastasse.
Non l’avrebbe mai presa con la forza. Lui, semmai fosse accaduto, la voleva arrendevole e partecipe al piacere.
«Mi dispiace, Gabriel» mormorò imbarazzata. Consapevole di aver giocato con il fuoco.
«Anche a me» buttò fuori e le diede le spalle. Doveva evitare di guardare la sua espressione colpevole e dispiaciuta, perché continuare a farlo lo avrebbe spinto a consolarla e non voleva. Doveva assolutamente liberarsi di lei, perché, diversamente, era certo che avrebbe ceduto alle sue richieste e sarebbe finito sul rogo della dannazione.

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Invidia: capitolo 32

Buona lettura!

Napoli, aprile 1739
Gli occhi cerulei tornarono nelle iridi d’ebano in cerca di comprensione. In realtà, voleva capire la natura di quel sospiro affranto e porvi un qualche rimedio.
«Dovresti davvero andare» seguitò a dire lui, dopo un lunghissimo sguardo silenzioso.
«Gabriel» pigolò, non sapendo neanche lei per quale ragione. Sapeva solo che non voleva andarsene.
«Dico sul serio» chiarì. In simultanea il suo corpo si avvicinò a quello di lei. «Stare qui, con me, mina alla tua reputazione.»
«Non so cosa farmene della reputazione» disprezzò con rabbia.
«Non dirlo. Non minimizzare ciò che sei» tentò ancora di farla ragionare. Per lei e per se stesso. Non poteva cedere alla passione. Non doveva.
«Te l’ho detto. Io sono niente.»
«Appartieni a una famiglia aristocratica, Katrin, tu sei una nobildonna, e lo sei anche se non riesci a percepirlo.»
«Va bene, lo sono, ma la mia vita è priva di ogni libertà. Ormai vivo come una serva.»
«Una serva, appartenente a una famiglia titolata.»
«Hai detto bene. È La mia famiglia ad essere titolata. Io sono solo Mary Katrin, una donna, la cui unica concessione è racchiusa nella scelta di essere qui.»
«Katrin, mi stai mettendo in una posizione difficile» si trovò a dire con rammarico.
Capiva bene cosa volesse dire. Lui era nato e cresciuto senza alcuna libertà di scelta. E quella che aveva conquistato in età adulta, era troppo preziosa per potervi rinunciare.
«Non ti sto chiedendo nulla.»
«Invece sì. Sei ancora qui, nella mia cabina, bella da togliere il fiato, evidentemente bisognosa di attenzioni e io inizio a credere di essere impazzito, perché sto continuando a resisterti.»
«Sì, ho bisogno di attenzioni» ammise, cauta. Abbassando lo sguardo sulle tavole consunte del pavimento. «Ma ho bisogno anche di un amico.»
«Cerchi un amico?» gli scappò da ridere.
«Sì.»
«E vuoi che lo sia io? Vuoi che sia tuo amico?»
«Sì», tornò a guardarlo negli occhi, i residui dei giochetti a vibrarle negli occhi, «in questo modo non avrai nulla da temere.»
Gabriel scosse la testa con breve e scettico divertimento. «Dimmi, amica, perché sei qui?»
«Voglio andare via.»
«In che senso?» la voce gli si strozzò in gola. Era convinto che lei lo volesse provocare. Sicuro che desiderasse sentirsi amata, invece, voleva che la aiutasse a fuggire. Non lo aveva minimamente previsto.
«Gabriel, voglio lasciare Napoli. Voglio partire con te.»