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Fettisdagen, il martedì grasso che uccise il re di Svezia

Carissimo/a History Lover, buon momento!

Oggi è martedì grasso e, siccome festeggio le ricorrenze a modo mio, vi ricordo che proprio durante la festa di un mertedì grasso morì il re di Svezia Adolfo Federico di Gustavo di Holstein-Gottorp.
Buona lettura!

«Adolfo Federico di Holstein-Gottorp, conosciuto dai più come il re che è morto mangiando, nacque a Gottorp il 14 maggio del 1710 e morì a Stoccolma il 12 febbraio del 1771. Figlio del vescovo luterano di Lubecca e amministratore dei ducati di Holstein e Gottorp, Cristiano Augusto di Holstein-Gottorp e di  Albertina Federica di Baden-Durlach, Adolfo Federico discendeva dal re Gustavo I di Svezia (parte di madre). Adolfo fu una Altezza Reale svedese per diritto di nascita,  vescovo di Lubecca e amministratore dei ducati di Holstein e Kiel come successore al padre, fino all’età adulta del duca Carlo Pietro Ulrico, futuro Pietro III di Russia e re di Svezia per diritto elettivo.

Per merito o colpa di un volere superiore, egli nel 1744 sposò la principessa Luisa Ulrica di Prussia.
Fu un sovrano incapace, senza poteri, (il potere era in mano al parlamento), un uomo privo di talenti, tuttavia, era un marito e un padre amorevole. La coppia, ebbe cinque figli, di cui quattro raggiunsero l’età adulta:
Gustavo, futuro re con il nome di Gustavo III;
Carlo, futuro re con il nome di Carlo XIII;
Federico Adolfo, duca duca di Östergötland;
Sofia Albertina, Principessa-Badessa di Quedlinburg.

Indi per cui…

Di questo uomo si ricorda la morte avvenuta il giorno di martedì grasso durante la festa.

Si racconta che quella sera, durante i festeggiamenti, abbia mangiato fino a scoppiare.
Secondo una ricostruzione pare che il re abbia consumato un pasto abbondante che comprendeva a base di aragoste, caviale, crauti, aringhe affumicate e champagne. A detta degli studiosi, sembrerebbe che il colpo di grazia glielo diede i 14 semla a fine pasto.(dolci tipici svedesi per il martedì grasso,)

Adolfo Federico è ricordato come “il re che ha mangiato fino alla morte.

Un piccolo estratto dal secondo volume su Eva Sophie von Fersen: Amori e dolori

Stoccolma, 12 febbraio 1771

La giovane Eva Sophie, quattordici anni in marzo, se ne stava seduta composta dinanzi alla specchiera della toeletta per ammirare il proprio riflesso e provarne un intimo compiacimento. I lineamenti del volto, delicati e decisi allo stesso tempo, erano la tela perfetta per i suoi occhi grandi color cielo, un cielo mutevole di intensità a seconda dell’umore, il naso dritto e le labbra grandi e sottili. Aveva un colorito talmente salutare da far risaltare le iridi contornate dalle ciglia lunghe e la bocca naturalmente rossa. Era una giovane graziosa, non c’era da dubitarne.

«Sembri particolarmente euforica, Sophie,» esordì la sorella alle sue spalle, «ricorda che la nostra presenza sarà marginale e di poco conto.»

«Lo so, Hedda», confermò con un sorriso trascinante, «tuttavia non posso evitare di essere felice.»

«Come mai?»

«Nonostante non abbia ancora compiuto quattordici anni, sarò presente al banchetto reale per il Fettisdagen1 alla presenza dei sovrani. Non trovi che sia un motivo più che valido per esserlo?»

«Concordo», annuì la sorella, «comunque, devo ammetterlo Sophie, sei talmente graziosa, che potresti persino trovare un marito questa sera.»

La giovane accennò un sorriso, si alzò con eleganza, lisciò le false pieghe dell’abito scelto per quell’occasione e si guardò per intero. In effetti, la veste che indossava era perfetta per lei, perché la gonna ampia in taffetà color rosa pastello che declinava finemente sul corpetto bianco, ne faceva risaltare la figura armoniosa. Lo scollo quadro poi, ornato di pizzo bianco, celava in modo studiato la parte superiore del seno e lasciava scoperto il collo lungo privo di ornamenti lavorati, ma abbellito solo da alcuni boccoli biondi, che le sfioravano la pelle e catturavano lo sguardo.

Sì, lo sono. Conciliò in silenzio, senza lasciar trasparire alcun sentimento di vanesia.

«Anche tu sei elegante» la informò, dopo averla guardata.

«Grazie,» accettò compita, «l’abito è effettivamente di ottima fattura.» Sorrise e le indicò l’uscita con un cenno del capo, «Adesso è meglio andare.»

Ad attenderle oltre l’uscio delle stanze private trovarono inaspettatamente il fratello: bello ed elegante in un abito blu notte.

«Finalmente» le accolse con un sorriso travolgente, fatto di gioia e affetto.

«Axel!»lo abbracciò Sophie senza alcun riguardo per l’etichetta. «Sei qui.»

«A quanto pare» rise ancora prendendo le mani tra le sue. Fece scorrere lo sguardo sulla sua figura e osservò colpito: «Sei cresciuta, sorellina.»

«Sì» gongolò di gioia. Suo fratello era finalmente rientrato dal viaggio educativo e non poteva credere a quanto le facesse piacere rivederlo.

«Te lo avevo detto che sarebbe stata entusiasta di vederti», parlò Hedvig Eleonora con finto disappunto, «nonostante sia io la persona a lei più vicina, tu continui ad essere il suo preferito.»

«Vi amo entrambi!» trillò Sophie, sincera. «Andiamo?»

«Sì, andiamo» conciliò Axel accompagnando le due sorelle al salone dei ricevimenti, nel dirimpetto Palazzo Reale di Stoccolma.

Lo sguardo di ammirazione che si dipinse sul volto di Sophie quando entrò per la prima volta nel grande salone, era talmente nuovo, che non aveva paragoni nella memoria dei suoi fratelli.

Il cuore della giovane mancò un battito per l’emozione. La perfezione con cui era rivestita la grande sala era sconcertante, come lo era l’eccentricità degli invitati già seduti ai loro tavoli. L’ambiente, illuminato da una moltitudine di candele poste sui lampadari in vetro, creavano un gioco di luci e ombre gradevole, accentuato dai decori di nastri e sete che bordavano la stanza.

Un valletto li avvicinò accompagnandoli alla loro postazione. Un tavolo tondo posto ai margini dell’ambiente, coperto da una tovaglia bianca con inserti in oro.

«Un passo e siamo nel corridoio» borbottò Hedvig Eleonora guardando la sorellina.

«Tuttavia siamo dentro» dichiarò senza perdere il sorriso. Si misero a sedere e attesero l’inizio della cena, la quale, si rivelò fin troppo abbondante di portate.

«Ditemi che è finita», sospirò Sophie tamponando la bocca con il tovagliolo, «perché solo l’idea di mangiare ancora un boccone mi fa venire la nausea.»

«Non vorrei deluderti, sorellina, ma sono certo che ci sia altro», confidò Axel sottovoce, «il Re è noto proprio per il suo appetito.»

«Ah già il Re!» esclamò con fare teatrale prima di sporgersi per scrutare la parete sul fondo. «Immagino sia l’ombra più grande seduta sul palchetto» ipotizzò con ironia, tanto per sottolineare quanto fossero distanti dalla famiglia reale.

«Sì, è lui» rise il fratello.

«Esiste un modo per alzarsi?» chiese contrita. «Ho davvero bisogno di muovermi.»

«Resisti, sorella, manca ancora il dolce.»

«Il semla?» chiese quasi in modo retorico, perché era consapevole che fosse il dolce per eccellenza in quella ricorrenza. Tuttavia, il fratello le rispose ugualmente: «Certamente.»

«Beh, quello lo mangerò volentieri, ma poi dovrò alzarmi se non vorrò scoppiare.»

«Non appena il Re ci darà il suo consenso» le ricordò la sorella maggiore.

Per sua fortuna, solo alcuni istanti più tardi, si udì una melodia provenire dalla sala adiacente.

«Grazie al cielo!» sospirò Hedvig Eleonora posando il tovagliolo sul tavolo, poi guardò il coppiere personale per incitarlo con quello sguardo a scostarle la sedia, e infine informò la sorella: «Ora possiamo alzarci.»

«Il dolce?» chiese curiosa.

«Lo mangeremo dopo», rispose lisciando il vestito color bosco, «probabilmente il Re sta ancora mangiando.»

«Quanto mangia?»

«Tanto.» Sorrise ironica, «Vieni, andiamo nell’altra sala.»

Quando i tre fratelli giunsero nella stanza comunicante, notarono un ambiente sgombero sul cui fondo vi era solo l’orchestra.

«Per fortuna il Re ha dato il suo consenso per alzarci», considerò Sophie camminando lungo il perimetro di quel salone, «avrebbe potuto disinteressarsi dei nostri bisogni.»

«In realtà lo fa spesso», le spiegò la sorella, «preferisce mangiare con i suoi tempi.»

«Meglio per noi», sorrise Sophie, «l’importante è che ci sia il dolce.»

«Lo troverai sul tavolo» la rassicurò Axel, ridendo.

Quel momento di libertà era come un livellamento di rango. Un attimo di comunanza che rendeva chiunque più disponibile e aperto al dialogo. Proprio per tale ragione, vennero fermati da una Altezza Reale.

«Axel, siete tornato» parlò il principe Karl con tono informale.

«Sì, Altezza», fece un cenno d’inchino al suo indirizzo, «sono rientrato questa mattina.»

«È bello rivedervi», gli sorrise sostenendone lo sguardo, poi si rivolse alla maggiore chiamandola con l’appellativo di famiglia, «Hedda, mia cara, come state?»

«Bene, Altezza», sciorinò con una riverenza raffazzonata, prima di aggiungere a beneficio della minore, «vi ricordate di nostra sorella Sophie?»

«Certo» confermò scrutando la giovane, che in risposta si prodigò in una perfetta riverenza.

Senza sapere come, la più giovane dei Fersen si trovò ad essere spettatrice silente dei loro discorsi. Axel ed Hedda si potevano definire amici del principe svedese ed avevano talmente tante cose da raccontarsi, che per lei non c’era posto, così decise di defilarsi dirigendosi in una stanza attigua la cui porta era socchiusa. Rapida la richiuse appoggiandosi ad essa.

«La cena non è di vostro gradimento?» sentì una voce maschile chiedere dalla penombra.

Lei sussultò portandosi una mano sul cuore.

«Perdonate l’assalto», si mortificò l’altro spingendosi verso la luce, «non era mia intenzione spaventarvi.»

«Lo spero» ribatté soffermando lo sguardo sul volto dell’uomo. Era un giovane alto, elegante e dai lineamenti fini, i cui occhi cobalto possedevano uno sguardo avvolgente capace di sconvolgerla e accelerarle il battito del cuore.

«Altezza?» domandò poi, confusa. Le avevano detto che il principe Fredrik fosse all’estero, ospite di chissà quale corte, e che non sarebbe stato presente alla cena.

«Sì, sono io,» le sorrise sornione, «ci conosciamo?»

«Sono Sophie», rispose con malcelata delusione, «von Fersen.»

«Eva Sophie?» interrogò avvicinandosi per scrutarle meglio il viso. «Siete davvero voi?»

«Sì, Altezza» confermò imbronciata, perché intimamente dispiaciuta di non essere stata riconosciuta.

«Siete diversa» constatò, mentre gli occhi correvano sulla sua figura.

«Anche voi» ribatté sostenendo lo sguardo, anche se non comprendeva la natura di quell’esame e, a quella risposta, il giovane si lasciò andare a un risata leggera, che tuttavia fu superata da alcune grida provenienti dall’esterno.

In un attimo furono fuori dalla stanza pronti per scoprire quale fosse la causa di quel frastuono.

Le parole corsero veloci, di bocca in bocca, cariche di dolore e sconcerto: il re di Svezia Adolf Frederick era morto, ed era accaduto, con il viso abbandonato nel piatto.

La festa era decisamente finita.

1Fettisdagen=martedì grasso in Svezia

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Il Re che fece risplendere la corona svedese

Carissimo/a History Lover, buon momento!

Ti ricordi che dal sondaggio di mesi fa mi avete chiesto le *History life’s moments* su Eva Sophie von Fersen? 🤔
Comunque, sappi che non me ne sono dimenticata e che ci sto lavorando, ma nel frattempo…

In occasione dell’anniversario della nascita di Gustavo di Holstein-Gottorp, ho deciso di tornare con la mia lente d’ingrandimento sul nord Europa in un’epoca un po’ più recente a quella vichinga. 😁 Buona lettura!

«Gustavo di Holstein-Gottorp, conosciuto dai più come re Gustavo III di Svezia, nacque a Stoccolma il 24 gennaio del 1746 e ivi morì il 29 marzo del 1792. Figlio dell’allora erede al trono svedese Adolfo Federico e di Luisa Ulrica di Prussia, Gustavo fu una Altezza Reale svedese e re di Svezia per diritto di nascita. Per merito o colpa di un volere superiore, (direi colpa), egli sposò la principessa di Danimarca, Sofia Maddalena. Fu un sovrano capace e accentratore, un marito infedele e un padre nella norma. La coppia, comunque, ebbe due figli.

Indi per cui…

Di questo uomo si ricorda la stretta amicizia con la contessa von Fersen (madre tra gli altri di Eva Sophie e di Hans Axel), l’infedeltà coniugale, la passione per l’arte e il carattere complesso.

Si racconta che visse, quasi sempre, separato dalla moglie, la quale, non fu mai riconosciuta come regina consorte.

Più di tutto, a lui si deve il consolidamento del potere monarchico. Proprio grazie alla sua politica e alle sue capacità, infatti, riuscì a togliere il potere dalle mani del parlamento che, fino a quel momento, aveva dettato legge.

Un piccolo estrattino dal primo volume su Eva Sophie von Fersen:
Come ogni pomeriggio, a quell’ora, la nobile Hedvig Catharina von Fersen, nata De la Gardie, camminava sulla terrazza della propria residenza in cerca di refrigerio, mentre con lo sguardo seguiva distrattamente i contorni dell’edificio maestoso eretto dinanzi a lei. Sul tetto a terrazza del Palazzo Reale, poco dietro la balaustra in pietra bianca, scorse la figura del giovane principe Gustavo. I di lei occhi non potevano dargliene conferma, ma era certa che fosse lui, perché egli andava lì per lei e non gliene aveva mai fatto mistero.
D’istinto sorrise della sua infatuazione giovanile. Il principe era un giovane di diciotto anni, elegante e attento, ella era una trentaduenne colta e graziosa, ma pur sempre una moglie e una madre. Con ancora il sorriso sulle labbra scivolò con lo sguardo sulla facciata ocra, soffermandosi sulle cariatidi quasi a voler scambiare con loro tale silente ironia, prima di voltarsi verso le dame rumorose, ferme alle sue spalle.

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