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Da leggere: Elizabeth Gaskell (Cap. 17)

Carissimi History Lovers, buon momento!

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Knutsford, febbraio 1831
Con l’inverno Elizabeth era tornata a casa degli zii Lumb, a Knutsford e come era sua consuetudine durante le giornate uggiose, se ne stava seduta dinanzi al camino a leggere. Leggere l’aiutava ad apprendere in modo naturale e senza sforzo, molteplici informazioni.
«Avete saputo?» esordì Mr Lumb mentre varcava la soglia del salottino.
«Cosa?» domandò la moglie dopo aver sollevato lo sguardo dal ricamo.
«I Cattolici hanno un nuovo Papa.»
«Non sapevo neanche che fosse morto il precedente» replicò la donna con scarso interesse.
«Bisogna sempre essere informati, mia cara.»
«Pare sia italiano» si intromise Elizabeth, dimostrando che a differenza della zia ci tenesse ad essere edotta. «Se non erro è il duecentocinquantaquattresimo Papa. Il suo nome è Gregorio XVI.»
«Questo tuo atteggiamento da prima della classe può essere fastidioso, mia cara» l’ammonì la zia con silente orgoglio. «Ora capisco perché non trovi neanche un corteggiatore, non esiste uomo al mondo che accetti di buon grado una donna più colta di se stesso.»
«Basta trovarne uno che mi superi.»
«Allora buona fortuna!» sorrise con una punta di ironia sfrontata.
«Non essere crudele, Hannah» la riprese il marito con fare bonario. «Non siamo tutti sciocchi.»
«Non voi, mio caro» sorrise ancora, ma accomodante. «E spero proprio che abbiate ragione. La nostra cara Lily non potrebbe sopportare di vivere con un uomo che non sia in grado di sostenere una conversazione stimolante.»
«Pienamente d’accordo. Per una giovane con la sua mente, serve un uomo altrettanto sveglio e attento.»
«Auguriamoci che esista» insisté, guardando poi la nipote. «Sei d’accordo, mia cara?»
«Assolutamente, zia» confermò con un sorriso appena accennato e, in cuor suo, sapeva di averlo già incontrato.


Attenzione!
Sul blog rimarranno i primi 10 capitoli. Gli altri avranno durata di una settimana. 🙂

A lunedì prossimo!

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Da leggere: Elizabeth, racconti di una scrittrice (Cap. 16)

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Per Elizabeth quella sera era giunta con una rapidità sconcertante. Il tempo trascorso con mr Gaskell era stato piacevole, molto più di quanto avesse creduto possibile. Dopo l’iniziale imbarazzo, nel quale avevano conversato di argomenti neutri e adatti a due conoscenti, avevano trovato temi più pertinenti ai loro caratteri e affini ai loro pensieri. La faccenda più assurda, alla quale non riusciva di capacitarsi, era che una parte di lei avrebbe desiderato che si fermasse a cena dai Robberds, giusto per conversare ancora e far proseguire il loro tempo insieme, invece, lui aveva declinato l’invito e si era allontanato con una giustificazione per lei triste.
«Siete particolarmente taciturna Lily, tutto bene?»
«Tutto bene, Mary, ero semplicemente sovrappensiero.»
«A cosa state pensando?»
«Ai miei genitori» mentì, incapace di ammettere che fosse semplicemente infastidita dalla fuga del reverendo.
«Come mai?»
«Mi capita di pensarci, a volte» accennò un sorriso di mera cortesia. «Quando incontro padri di famiglia dediti ai figli, non posso evitare di ricordare il mio e a quanto poco sia stato presente.»
«Grazie per il complimento, Lily» rispose il reverendo Robberds con un sorriso, «ma non credo di aver dimostrato alcunché oggi.»
«Voi siete esemplare, Reverendo, ma in questa occasione stavo parlando di Mr Gaskell.»
«Mr Gaskell non ha figli» la contraddisse dandole anche una sorta di sollievo. «Non ha nemmeno una moglie» rise.
«A volte credo che sia un uomo troppo disinteressato all’argomento» si introdusse Mary con fare saccente. «Mai una volta che lo abbia visto interessato a qualcosa di diverso del suo lavoro.»
«Quindi quando ha detto i suoi ragazzi, intendeva gli allievi?» interrogò gli amici cercando di non mostrare eccessivo interesse.
«Sì, certo» confermò Robberds con l’ennesimo sorriso sul faccione morbido. «Ve lo avevo detto: egli dedica a quei giovani tutto il suo tempo libero.»
«Avrebbe potuto rimanere a cena, però» precisò Catherine palesando il rimprovero che Lily aveva solo il coraggio di pensare. «Non essendo un lavoro retribuito, poteva evitare e stare con noi. Soprattutto perché mi sembrava bene inserito nella comitiva.»
«Mrs Turner» la rimproverò con una formalità bonaria. «Avete ragione, egli non viene pagato per ciò che svolge, ma lo fa con impegno. Ed è un uomo molto corretto. Non avrebbe mai abbandonato quei giovani per una conversazione.»
«Trovo comunque sia un vero peccato che se ne sia andato» mormorò Mary guardando il volto della giovane amica per rivelarne un’emozione.
Sì, un vero peccato, convenne Elizabeth, ma non ebbe il coraggio di condividere il personale e inspiegabile dispiacere.

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Da leggere: Elizabeth, racconti di una scrittrice (Cap. 10)

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Cross Street Chapel, 29 marzo 1829

Mr Stevenson era morto il 22 marzo del 1829 e, la sua dipartita, aveva riportato i parenti più prossimi agli atteggiamenti originali. Elizabeth, infatti, si era vista costretta a tornare subito in casa degli zii, più che altro per mettere in ordine la propria vita e trovare la nuova strada da percorrere. Nonostante i buoni propositi, l’infelicità che l’aveva avvinta durante il soggiorno a Londra l’aveva accompagnata fino alle aree verdeggianti di Knutsford e, purtroppo, non riusciva a trovare sollievo. Era triste, la povera Lily, e non sapeva come riaversi. Di certo non poteva capirlo da sola. Non ne era in grado, ma era persuasa che il caro John Gooch Robberds avrebbe potuto aiutarla. Fiduciosa che la parola di conforto di un ministro unitario potesse darle consolazione e lenire il suo tormento, prese la carrozza di famiglia e si fece accompagnare a Cross Street Chapel.
Quando il rumore degli zoccoli sul pavimento irregolare delle strade di Manchester e il nitrito energico dei cavalli diminuirono il loro naturale baccano, Elizabeth si era sporta dal finestrino per assicurarsi che fosse a destinazione. Lo era, perché la carrozza aveva arrestato la sua corsa davanti al grazioso edificio in mattoni, sulla cui facciata principale spiccava il portone bordato di bianco.
Emise un sospiro e scese dal tiro, mentre si augurava che l’accogliesse anche senza preavviso e, per sua fortuna, il Reverendo accettò di riceverla.
Quando raggiunse lo studio del ministro, lo trovò in piedi alla finestra, con le braccia allacciate dietro la schiena e il volto fisso sull’esterno. Attese qualche momento affinché si voltasse, poi si schiarì la voce.
L’uomo finalmente le dedicò attenzione.
«Miss Stevenson» la salutò andandole incontro. «Ho saputo di vostro padre. Mi dispiace.»
«Vi ringrazio» comprese il cordoglio e accettò l’invito a sedersi. «In una delle ultime chiacchierate, mi aveva chiesto di portarvi i suoi saluti» ammise, discorsiva, tanto per eliminare il silenzio.
«Era un uomo buono.»
Elizabeth annuì per cortesia, non perché fosse d’accordo. La verità era, che conosceva suo padre troppo poco per saperlo.
«Come vi sentite?»
«Confusa.»
«Confusa?» ripeté Robberds con evidente perplessità. «In che senso?»
«Non riesco a comprendere la dinamica degli eventi.»
«Vi riferite all’ineluttabilità della vita?»
«Sì, è così.»
«Miss Stevenson, purtroppo siamo solo esseri umani. Non siamo stati creati per comprendere le scelte del Signore. Ciò che possiamo fare è accettarle e godere dei benefici.»
«Accettarle è ciò che ho sempre fatto, eppure, non ho mai visto alcun beneficio. Secondo voi, quale vantaggio ho ottenuto ad essere orfana di madre all’età di un anno? Oppure a perdere il mio adorato fratello? E non ultimo, il mio unico genitore?»
«Oggi non lo vedete, ma un giorno capirete che ogni avvenimento, per quanto triste e doloroso, è stato essenziale per la vostra vita.»
«Temo sia impossibile.»
«Bisogna avere fede, Miss Stevenson.»
Due colpi alla porta interruppero il discorso.
«Perdonate un momento, Miss Stevenson» si scusò, poco prima di dare il consenso a entrare.
Dall’uscio aperto entrò il un giovane uomo dai lineamenti interessanti. Alto e longilineo, aveva un abbigliamento curato e un portamento compito.
«Perdonate, non sapevo aveste visite» parlò rivolgendosi all’uomo.
«Non preoccupatevi, Mr Gaskell, anzi, venite avanti. Lasciate che vi presenti Miss Stevenson, figlia di un unitario come noi.»
«Molto lieto» accennò un saluto con il capo.
«Miss Stevenson, lui invece è il mio assistente. Mr Gaskell.»
«Molto lieta» replicò, abbozzando un sorriso di cortesia.
I due si guardarono per un lungo momento, studiandosi con particolare attenzione, ma fu l’uomo a spostare lo sguardo per primo.
«Torno dopo» propose, sentendo l’urgenza di uscire da quella stanza. Il modo in cui quegli occhi chiari lo avevano studiato, l’aveva messo in forte agitazione.
Robberds annuì.
«No, aspettate» lo fermò Elizabeth, alzandosi. «Sto andando via.»
«Miss Stevenson, non c’è bisogno» il giovane si affrettò a tranquillizzarla, ma lei gli sorrise.
«No, dico sul serio. Sono passata solo per un saluto. Ho un appuntamento altrove» mentì, non sapendo neanche lei la ragione.
C’era qualcosa nell’aria che la rendeva instabile, accalorate e con un insolito batticuore, che la rendeva desiderosa di fuggire.
«Come desiderate, Miss Stevenson.»
La giovane fissò dietro l’orecchio una ciocca sfuggita allo chignon e salutò Robberds e Gaskell con un sorriso. Si drizzò ed uscì dallo studio con eleganza, prima di correre a nascondersi nella carrozza. Si sentiva strana. Era successo qualcosa di insolito in quel luogo e voleva solamente allontanarsi e far cessare il tremore.

Idee e considerazioni sono sempre bene accette.
A lunedì prossimo!

ATTENZIONE!
Questo è l’ultimo capitolo che rimarrà online. I successivi avranno la durata di una settimana.