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Da leggere: Elizabeth, racconti di una scrittrice (Cap. 6)

Carissimi History Lovers, buon momento!

Continua il nuovo racconto a puntate. Buona lettura!

Knutsford, 1827

Elizabeth, quel fine settimana era rientrata a casa degli zii per trascorrere del tempo in famiglia. Adorava studiare, soprattutto le materie letterarie, ma gradiva in egual modo, anche i momenti trascorsi con le persone care e quelli all’aria aperta in completa solitudine. Quel pomeriggio, dopo aver ottemperato ai propri doveri di giovane a modo, raggiunse il giardino per sedersi sull’altalena e guardare affascinata il cielo terso. Amava soprattutto osservare i mutamenti di colore e l’aria sul viso.
Il rumore del cancelletto la obbligò a spostare lo sguardo. Il fattorino lo aveva già superato e stava percorrendo il viottolo piastrellato.
«Mr Fergus!» lo fermò Elizabeth con un braccio alzato, mentre si alzava per raggiungerlo senza fretta. Ormai era una giovane donna e doveva comportarsi in modo esemplare.
L’uomo si volse a guardarla con i suoi occhietti cerulei e sorrise. «Signorina Elizabeth» la salutò con un sorriso ampio.
«Avete qualcosa per me?» domandò, quando gli fu davanti.
«No. Oggi porto una lettera per la signora Lumb.»
«Ah» gorgogliò delusa. In cuor suo aveva sperato di ricevere una lettera dal padre o dal fratello ma, a quanto pareva, nessuno dei due aveva avuto il tempo di farlo.
Quelle di suo padre poi, erano diventate talmente rare, che quasi disperava di riceverle.
«Mi dispiace.»
«Non importa» si strinse nelle spalle con studiata indifferenza. «Venite, vi accompagno da mia zia.»
Poco dopo, Hannah Lumb era seduta sulla propria poltroncina, dinanzi al fuoco, con gli occhi fissi sulla carta e un’espressione addolorata in volto.
«Cara, cosa succede?» domandò il marito con preoccupazione.
L’espressione della moglie era tesa in un modo che non le aveva mai visto.
«Mi ha scritto mr Stevenson» rispose. Emise un sospiro affranto e poi guardò il marito negli occhi. «Si tratta di John.»
«Cosa gli è accaduto?»
«È morto.»
«Com’è morto?»
«Durante uno dei suoi viaggi in India.»
«Sì, ma come?» insisté l’uomo.
La donna espirò per il dispiacere e si alzò di scatto. «Cosa volete che importi, ora. Quel povero ragazzo è morto e non so come dirlo a Eliza.»
«Non chiamatela Eliza, sapete che lo detesta. Non è vostra sorella.»
«È appena morto mio nipote e voi mi redarguite?» lo accusò, guardandolo da sopra una spalla con rimprovero.
«Perdonate.»
L’uomo si avvicinò alla moglie per posarle le mani sulle spalle incurvate dal peso del dispiacere. «Non so proprio come dirglielo. Povera ragazza.»
«Cosa succede?» la voce di Elizabeth fece sobbalzare entrambi.
«Cara, avvicinati» la invitò la zia, dopo essersi voltata. «Siedi un momento.»
«Cosa succede?» ripeté, sentendo il cuore accelerare il battito per la tensione.
Sul volto della tutrice vi era un’espressione che non le aveva mai visto, ma che ricordava quella delle comunicazioni spiacevoli.
«Siedi» insisté l’uomo, quasi ad aiutarla nel compito.
«Così mi fate preoccupare» mormorò, puntando lo sguardo sulle mani della zia e sulla lettera sgualcita. «Cattive notizie?»
«Sì» confessò la zia. Le si sedette accanto, le prese una mano e ne cercò lo sguardo smarrito.
«Mi ha scritto tuo padre.»
«Sta male?»
«Non si tratta di lui.»
La giovane passò in rassegna i suoi affetti e non le servì più di un istante per capire di chi si trattasse. «Si tratta di John. Cosa gli è successo?» interrogò con urgenza. Assumendo una postura rigida come la sua muscolatura tesa.
«Mi dispiace, cara.»
«Vi dispiace per cosa?» ribatté, fingendo di non capire. Forse, però, la sua mente non era davvero pronta per una notizia simile, perché chiese nuovamente: «Di cosa siete dispiaciuta?»
La zia scosse la testa mostrando uno sguardo lacrimoso. «Un incidente» sintetizzò, per non ingigantire la questione.
«Un incidente?» ripeté confusa. Era chiaro che non volesse contemplare l’eventualità corretta, perché si stava volutamente fingendo sciocca, anziché acuta, com’era.
«Elizabeth.» La zia disse solo quello, usando un tono eloquente, come a volerle ricordare il suo acume e lei intuì tutto il messaggio celato dietro al suo nome.
«John; John è morto?» chiese con voce graffiata dalle lacrime trattenute a stento.
La zia annuì e mormorò un accorato: «Mi dispiace.»
Lei, a quel punto, non poté fare altro che scoppiare in lacrime.
Con la morte di suo fratello era davvero sola al mondo, perché era l’ultimo membro della sua famiglia. Suo padre, non ne faceva più parte da tempo.

Idee e considerazioni sono sempre bene accette.
A lunedì prossimo!

Autore:

Mi chiamo Lucia Scarpa, nella vita faccio la content writer, copywriter, copyexperience per terzi e scrivo romanzi d'amore storici e paranormali perché adoro l’emozione che nasce dalla parte creativa e dal contatto con i lettori. *****

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