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Elizabeth, racconti di una scrittrice (Cap. 2)

Carissimi History Lovers, buon momento!

Continua il nuovo racconto a puntate. Spero che questa storia possa tenervi compagnia e piacervi come la precedente.
Sono curiosa: Secondo voi chi è la protagonista? (personaggio realmente esistito)

Dalla morte di Eliza, avvenuta tre anni addietro, il salottino di proprietà di William Stevenson non era mai stato tanto affollato. Le sedute erano tutte occupate, gli animi di ognuno erano tesi e l’aria era talmente pesante, che persino la bambina seduta sul tappeto riusciva a percepirlo. Elizabeth, infatti, dal suo angolino osservava gli adulti discutere cercando di capire cosa stesse succedendo, ma era inutile, perché parlavano con voce troppo bassa e termini che non conosceva.
«Dunque è vero? Vi risposate?» domandò la donna, mentre guardava l’uomo negli occhi.
«Sì, questa è la mia intenzione.»
«Con chi? È una donna a modo?»
«Miss Lamb, che domande sono?»
«Le domande di una zia preoccupata, William» lo chiamò per nome, in virtù della loro precedente parentela.
«Si chiama Catherine Thomson» rispose. Massaggiò la nuca con un lieve imbarazzo e aggiunse: «È una donna rispettabile.»
«Avete intenzione di crearvi una nuova famiglia» comprese miss Lamb. Spostò lo sguardo sulla bambina, i cui occhioni chiari erano puntati su loro. «Elizabeth vi è di peso.»
«Non è un peso, ma…»
«Tacete, per l’amor di Dio!» lo zittì a denti stretti. «Da quando mia sorella è morta non avete fatto altro che ignorarla.»
«Siete stati voi ad offrirvi.»
«Ovvio. Una creatura tanto piccola ha bisogno di una madre.»
«Dunque, ve ne prenderete cura?»
«Come se non lo avessimo fatto finora» ribatté, alzandosi per raggiungere la finestra.
Mr Lamb seguì con lo sguardo i movimenti della moglie e attese di udire la sua decisione. Lui l’avrebbe appoggiata in ogni caso.
«So di chiedervi un grosso sacrificio con la mia richiesta, ma sono certo che con voi sarebbe più felice.»
«Non è un sacrificio, Mr Stevenson» si appellò con distacco. «Se mi vedete titubante, non è perché mi crei disturbo avere Elizabeth a Knutsford, ma perché starebbe lontano da voi, che ne siete il padre.»
Si volse a guardarlo in volto prima di concludere: «Sono sempre stata dell’idea che i figli debbano vivere con i genitori, il cui amore incondizionato è capace di renderli indipendenti, tuttavia, se a causa delle imminenti nozze siete in difficoltà, sono pronta a portarla con me oggi stesso.»
«Sul serio?»
«Sono nata Holland, Mr Stevenson. Il mio nome è sinonimo di rispettabilità e affidamento. Se vi dico che ci prenderemo cura di lei, sarà così. L’ultima parola spetta però a voi. Siete sicuro?»
«Sì.»
«Sì, ve ne separerete?» lo incalzò con cipiglio.
Notando quello sguardo d’accusa, Stevenson si giustificò: «Verrò a trovarla di frequente e le scriverò.»
«Temo farete poco, sia dell’uno che dell’altro.»
«Perché mi dite questo?»
«Perché vi ho visto ignorarla per mesi interi, quando era a casa dei miei genitori.»
«Hannah, vi prometto che sarà diverso. Con John destinato alla Royal Navy, Elizabeth è tutto ciò che mi resta di Eliza.»
La donna non credette a quella promessa, ma finse di farlo per il bene della bambina. Per salvarla da una vita di anonimato, senza affetto e comprensione.
Cercò il marito con lo sguardo. Lo trovò ad attenderlo e, non appena ne incrociò le iridi chiare, lo vide assentire.
«Bene» si schiarì la voce. «Fate preparare le sue cose.»
«Quando partirete?» domandò William, tra il sollevato e l’inquieto. Sollevato, perché non avrebbe più dovuto occuparsi della bambina. Inquieto, perché si sarebbe dovuto davvero separare da lei.
«Domani» rispose Mr Lumb, alzandosi. «Verremo per le dieci. Fate che sia tutto pronto.»

L’indomani, puntuali come l’arrivo della notte, i coniugi Lumb raggiunsero l’abitazione di Stevenson.
Davanti all’ingresso William si era accucciato sulle ginocchia per stare all’altezza della figlia, di quattro anni, e parlarle guardandola negli occhi. «Vedrai, starai bene con gli zii» la tranquillizzò, asciugandole le lacrime.
«Io voglio stare con te» si lamentò, sbattendo le palpebre.
«Verrò a trovarti presto, Eliza, andrà tutto bene. Gli zii ti amano.»
«No. Voglio stare con te e John.»
«John sta per partire.»
Quando il padre la caricò sulla carrozza, lasciandocela, la piccola urlò: «Non voglio andare!»
«Elizabeth, cara» tentò di calmarla la zia, ma la bambina scalciava tra pianti e urla.
«No.No.No.» gridava, rossa in volto, mentre si dimenava in preda alla desolazione.
Mr Lumb nel mentre diede il comando al cocchiere di partire. Non vi era motivo di prolungare quella agonia.
La piccola protestò ancora. Non si sa bene per quanto, ma lo fece, e cessò solo quando cadde esausta nel sonno.

Idee e considerazioni sono sempre bene accette.
A lunedì prossimo!

Autore:

Mi chiamo Lucia Scarpa, nella vita faccio la content writer, copywriter, copyexperience per terzi e scrivo romanzi d'amore storici e paranormali perché adoro l’emozione che nasce dalla parte creativa e dal contatto con i lettori. *****

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